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Schede (referendarie) ruggenti

giugno 14, 2011

Col voto di ieri gli Italiani hanno consacrato in modo profondo il 150simo anniversario dell’unità dell’Italia.

Per anni gli italiani sono stati < calpesti e derisi > da un’Europa che non riusciva a comprendere  le dinamiche del Bel Paese e probabilmente continuerà a non comprendere, giustamente, molte delle contraddizioni insite nella cultura sociale italiana. Il livello di derisione, in parte fondata, può essere ben rappresentata dalla famosa affermazione di Winston Churchill che recita < gli italiani perdono le partite di calcio  come fossero guerre e perdono le guerre come fossero le partite di calcio >.

In poche parole i “soliti” italiani chiassosi, indisciplinati, arroganti, un po’ buffoni; dei cittadini che si ricordano di essere italiani quando arrivano i mondiali di calcio, che sfoggiano il tricolore come vessillo sportivo e non come simbolo di appartenenza.

Il 2011 invece ha segnato il passo già dai suoi primi mesi e ha restituito alla storia un’immagine di Italia ricca, viva e coraggiosa; un’Italia che in molti casi sa essere migliore delle persone che la rappresentano; un’ Italia che ama la Politica ma apprezza un po’ meno i suoi politici.

Il successo riscosso dal Presidente della Repubblica in occasione dell’anniversario del 17 marzo ha svelato un sentimento di unità che pochi si attendevano; bisogna ammettere però che la più alta carica dello Stato fino a questo momento è stata “gestita” da persone con un altissimo senso del dovere e tranne qualche vistosa eccezione con un senso del limite e dell’austerità paradossalmente in antitesi con quello che è lo spirito generale dei cittadini.

Il successo del 150simo avrebbe dovuto far riflettere moltissimo una classe politica che da alcuni anni sembra imprigionata (volontariamente) in un narcisimo e in una sorta di autorefernzialità autistica incapace di comprendere non tanto gli elettori quanto i cittadini. Questa è probabilmente la chiave di successo di persone come Ciampi e come Napolitano, le quali pur venendo da una tradizione politica ben definita hanno saputo e voluto portare sulle spalle tutti gli italiani, ne hanno rispettato le visioni, i sentimenti, le aspirazioni e le speranze.  Hanno aperto un filo diretto con i cittadini che nessuna fazione politica ha o potuto o voluto tagliare.

Non è un caso che in questa tornata referendaria grande valore hanno avuto le parole del capo dello Stato che ha donato ancora una volta con l’esempio la propria idea di cittadino. Ed è qui la chiave di lettura del risultato referendario: l’esempio e la partecipazione collettiva.

Ovviamente una classe politica come quella descritta sopra ( tranne alcune vistosissime e rarissime eccezioni ) davanti ai milioni di italiani ,che hanno detto NO barrando quattro SI,  è andata in corto circuito per la terza volta in poco più di un mese. Perchè da un mese a questa parte l’unica cosa che sanno fare i politici è da un lato far notare che l’avversario ha grossi problemi di cosesione partitica e dall’altro ripete come un mantra che deve essere ascoltata la base e che bisogna riflettere sul messaggio inviatogli dagli elettori.

Continuando di questo passo i partiti si trasformeranno in circoli filosofici di riflessione accartocciati su sè stessi e nel frattempo il Paese andrà avanti senza di loro e continuerà a sfornare “schede ruggenti”.

I partiti non hanno molta scelta se vogliono di nuovo rappresentare gli italiani ( e non l’elettorato) e questa scelta si concretizza in poche semplici parole: dovere, onestà, senso del limite e proposte.

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