PD e UDC comprendono il significato di Stato sociale?
Il gruppo di facebook “Vaticano pagaci tu la manovra finanziaria” e le proposte dei radicali che prevedono la decadenza dei privilegi fiscali in capo ai beni di proprietà del Vaticano sembrano aver dato vita ad un dibattito mai realmente affrontato in Italia. Da un lato c’è un nutrito gruppo di cittadini che ,indipendentemente dalle convinzioni personali ( e politiche e religiose e non religiose), chiede che anche il Vaticano dia il suo contributo per combattere la crisi economica rinunciando a tutta una serie di privilegi fiscali, dall’altro però ci sono i partiti politici che ben si guardano dal rivedere molti degli accordi che consegnano al Vaticano e alle sue attività tutta una serie di vantaggi. Se da un lato non soprende il fatto che un partito apertamente cattolico come l’UDC si schieri tra le fila pontifice, dovrebbe destare più sopresa ( ma purtroppo non desta affatto sorpresa) che sia il maggior partito di opposizione e in teoria di “centro sinistra” ad avere posizioni di tal fatta, il Partito Democratico dovrebbe rappresentare il volto progressista del paese ed invece si dimostra più conservatore dei partiti conservatori del nord Europa ( come quelli svedese e norvegese) e come ben si sa non solo in ambito economico. Stupiscono però le motivazioni addotte in difesa di questa linea : < Non si può fare la contabilità della chiesa con criteri che non tengono presente questa grande missione sociale > sostiene Casini.
< Io credo come Casini che la chiesa sia una grande ricchezza per la società italiana, le opere di carità della chiesa sono ancora più importanti per la crisi economica che sta mordendo le famiglie, il lavoro, i giovani > ripete in coro Bindi.
Ora senza voler nulla togliere alle opere caritatevoli messe in campo dalla Santa Sede, anche se molto ci sarebbe da discutere, c’è da chiedersi: ma Bindi e Casini rappresentano lo Stato o lo Stato di Città del Vaticano? Conoscono il significato dell’espressione Stato sociale? Quanto si dimostra coerente ed credibile una classe politica che ben volentieri lascia a terzi la gestione della funzione forse più importante che gestisce lo Stato? Come può una classe politica rinunciare con leggerezza alla gestione di tutte quelle attività ed azioni che difendono l’uguaglianza sostanziale sancita dalla Costituzione?
Il ragionamento che soggiace a tali parole raggiunge un picco di perversità pari solo all’ammontare mostruoso della somma che lo Stato italiano guadagnerebbe. Infatti a siffatte dichiarazioni esiste una replica semplice ed incisiva: voi siete i politici e con i soldi guadagnati dall’abolizione dei privilegi fiscali potreste benissimo mettere in atto tutta una serie di provvedimenti che abbiano la stessa funzione o che siano persimo migliori delle iniziative cattoliche.
Per esempio si potrebbe estendere al 100% la copertura degli asili nido, le cui rette massacrano l’economia familiare, si potrebbe gestire il mercato del baby-sitting ( sul modello scandinavo) e renderlo meno costroso per le famiglie, si potrebbero aumentare gli ammortizzatori sociali, si potrebbero fare meno tagli alla sanità, si potrebbero istituire delle mense statali per i poveri, si potrebbe aumentare l’edilizia solidale, si potrebbero aumentare le pensioni così che i pensionati non siano costretti a mangiare alle mense della Caritas, si potrebbero mettere in campo delle misure economiche che aiutino le giovani coppie ( senza differenze di sorta) a comprare o affittare le case. Detto in parole molto più semplici con cifre come quelle si potrebbe fare qualunque cosa a patto che ci siano persone abbastanza coraggiose e capaci da farle. Credo che stia proprio qui il problema: non ci sono quelle persone perchè è molto più semplice demandare ad altri il proprio dovere e le proprie funzioni, perchè cambiare le cose per davvero implica una forza di volontà che superi ogni inerzia, ogni meccanismo di autodifesa e che dia lo slancio necessario per guardare dritto al futuro. Giusto per rendere l’idea: sono anni che a destra e sinistra si parla di lotta all’evasione, eppure fino a questo momento si sono solo premiati gli evasori.
Schede (referendarie) ruggenti
Col voto di ieri gli Italiani hanno consacrato in modo profondo il 150simo anniversario dell’unità dell’Italia.
Per anni gli italiani sono stati < calpesti e derisi > da un’Europa che non riusciva a comprendere le dinamiche del Bel Paese e probabilmente continuerà a non comprendere, giustamente, molte delle contraddizioni insite nella cultura sociale italiana. Il livello di derisione, in parte fondata, può essere ben rappresentata dalla famosa affermazione di Winston Churchill che recita < gli italiani perdono le partite di calcio come fossero guerre e perdono le guerre come fossero le partite di calcio >.
In poche parole i “soliti” italiani chiassosi, indisciplinati, arroganti, un po’ buffoni; dei cittadini che si ricordano di essere italiani quando arrivano i mondiali di calcio, che sfoggiano il tricolore come vessillo sportivo e non come simbolo di appartenenza.
Il 2011 invece ha segnato il passo già dai suoi primi mesi e ha restituito alla storia un’immagine di Italia ricca, viva e coraggiosa; un’Italia che in molti casi sa essere migliore delle persone che la rappresentano; un’ Italia che ama la Politica ma apprezza un po’ meno i suoi politici.
Il successo riscosso dal Presidente della Repubblica in occasione dell’anniversario del 17 marzo ha svelato un sentimento di unità che pochi si attendevano; bisogna ammettere però che la più alta carica dello Stato fino a questo momento è stata “gestita” da persone con un altissimo senso del dovere e tranne qualche vistosa eccezione con un senso del limite e dell’austerità paradossalmente in antitesi con quello che è lo spirito generale dei cittadini.
Il successo del 150simo avrebbe dovuto far riflettere moltissimo una classe politica che da alcuni anni sembra imprigionata (volontariamente) in un narcisimo e in una sorta di autorefernzialità autistica incapace di comprendere non tanto gli elettori quanto i cittadini. Questa è probabilmente la chiave di successo di persone come Ciampi e come Napolitano, le quali pur venendo da una tradizione politica ben definita hanno saputo e voluto portare sulle spalle tutti gli italiani, ne hanno rispettato le visioni, i sentimenti, le aspirazioni e le speranze. Hanno aperto un filo diretto con i cittadini che nessuna fazione politica ha o potuto o voluto tagliare.
Non è un caso che in questa tornata referendaria grande valore hanno avuto le parole del capo dello Stato che ha donato ancora una volta con l’esempio la propria idea di cittadino. Ed è qui la chiave di lettura del risultato referendario: l’esempio e la partecipazione collettiva.
Ovviamente una classe politica come quella descritta sopra ( tranne alcune vistosissime e rarissime eccezioni ) davanti ai milioni di italiani ,che hanno detto NO barrando quattro SI, è andata in corto circuito per la terza volta in poco più di un mese. Perchè da un mese a questa parte l’unica cosa che sanno fare i politici è da un lato far notare che l’avversario ha grossi problemi di cosesione partitica e dall’altro ripete come un mantra che deve essere ascoltata la base e che bisogna riflettere sul messaggio inviatogli dagli elettori.
Continuando di questo passo i partiti si trasformeranno in circoli filosofici di riflessione accartocciati su sè stessi e nel frattempo il Paese andrà avanti senza di loro e continuerà a sfornare “schede ruggenti”.
I partiti non hanno molta scelta se vogliono di nuovo rappresentare gli italiani ( e non l’elettorato) e questa scelta si concretizza in poche semplici parole: dovere, onestà, senso del limite e proposte.
Perchè deve essere cancellato il “legittimo impedimento”?
L’ultimo quesito referendario che verrà proposto agli elettori italiani il 12 e il 13 giugno riguarda una norma che consente ai membri delle esecutivo cioè il Governo di poter “giustificare ” la propria assenza durante le udienze che li vedono come imputati.
Di questo legittimo impedimento si è detto di tutto, si è parlato di <norma salva premier>, si è parlato di legge ad personam, è stato identificato come lo strumento necessario contro uno strapotere della magistratura nei confronti della classe politica, come legittimo scudo contro una magistratura politicizzata. Insomma tutti hanno detto la loro opinione.
Ma se per un attimo si riuscisse a vedere questa norma per quello che è probabilmente moltissimi, indipendentemente dal colore politico, vedrebbero come questo “strumento” in realtà si scontra con dei principi non tanto giuridici, ma morali e di buon senso.
Perchè bisogna ricordarsi che dietro le leggi e soprattutto dietro la Costituzione vi sono innanzitutto principi morali e riflessioni basate sul buon senso.
Una delle argomentazioni presentate dai sostenitori del legittimo impedimento si basa sul principio che il ruolo di governo, e quindi le responsabilità del Premier (chiunque sia) e dei membri del Governo (chiunque siano) di oggi e di domani sono una responsabilità ed un ruolo talmente importanti e determinanti per la vita di un paese da potersi permettere di auto-giustificarsi e di non presentarsi in udienza e quindi di fatto di non rispondere delle proprie nei tempi e nei modi che la legge prevede per tutti gli altri cittadini.
C’è da chiedersi: in base a quale parametro si sostiene che un cittadino è più importante di un altro?
Una madre o un padre, un fratello o una sorella non sono forse importantissimi per la vita familiare?
Un medico che salva quotidianamente vite umane non svolge forse un ruolo impotantissimo per la società?
Un’insegnante non è forse essenziale per l’istruzione e l’educazione delle giovani menti?
Uno spazzino( scusate se non dico operatore ecologico) non è forse necessario per la pulizia delle strade?
E’ più importante l’imprenditore o gli operai che lavorano nell’impresa? Un’impresa può andare avanti senza operai? E può andare avanti senza tecnici? Può andare avanti senza imprenditore?
Fare una “classifica” di importanza in base alla “classe sociale” e al ruolo lavorativo svolto significa distruggere non solo il principio costituzionale di uguaglianza, ma perfino il valore morale dell’uguaglianza.
Dove andremo a finire se tutte le categorie inizieranno a sentirsi più importanti di altre? Dove andremo a finire se tutti chiederanno delle scappatoie di fronte alla legge e alla guistizia? Perchè in base al principio di uguaglianza se permetti ad alcuni una scappatoia di fronte alla Giustizia allora devi concedere questa scappatoia a tutti.
Perchè i politici dovrebbero essere più importanti di altri? Sono al governo per diritto di nascita? Per doti naturali e morali superiori a quelle di tutti?
O sono al Governo solamente perchè i cittadini hanno riposto fiducia in quelle persone ed hanno deciso che essi fossero temporaneamente i loro rappresentanti?
I politici invece di lamentarsi della magistratura non dovrebbero forse uniformare i loro comportamenti all’onestà? Non dovrebbero fare di tutto per meritarsi la stima e il sostengno dei cittadini, invece di fare ciò che vogliono e poi tentare di farla franca? Non dovrebbero forse essere di esempio per tutti ?
Per quale motivo un normale cittadino o una normale cittadina devono seguire la legge e lasciare lavoro, impegni, famiglie, amici per presentarsi in tribunale e i ministri e il premier no?
La superiorità di una classe di fronte alla giustizia e alla legge non è un principio della Democrazia, ma un principio dell’Aristocrazia.
Da quando i membri del Governo sono diventati dei nobili al di sopra della legge? L’Italia è una Repubblica non una Aristocrazia.
La scrutatrice e Mr B., non chiamatela vendetta
Ha fatto il giro del web e delle televisioni la reazione fredda e composta della scrutatrice nel momento in cui si è ritrovata davanti il premier. Repubblica insieme ad altre testate giornalistiche e programmi di approfondimento hanno interpretato l’avvenimento come una sorta di “vendetta”, ma c’è qualcosa di molto più profondo e potente in quelle sequenze.
La televisione ed i giornali hanno sempre restituito l’immagine di un premier che non solo denigra ed umilia sistematicamente il genere femminile con barzellette e stoccate di maschilismo duro e puro ma che nonostante il suo atteggiamento così riprovevole ( ed italico) si è sempre ritrovato attorniato da donne adoranti e compiacenti, donne indifferenti ad un ruolo di subordine al capo, donne estasiate all’idea di far parte di un harem e privato e politico, donne supine di fronte allo strapotere maschio.
Deve essere sembrato strano a Mr B. ritrovarsi davanti una bella e giovane donna che però non manifestasse alcun interesse o attrazione di fronte al potere e ai soldi, che non fosse vestita e truccata secondo i suoi canoni e quelli di molti uomini; deve essere sembrato così strano che il premier non ce l’ha fatta a tacere, ha sentito il bisogno di far notare alla scrutatrice che lei era diversa, diversa da tutte le donne da cui è normalmente circondato, diversa dalla sua idea di donna, diversa dall’immagine di donna che le sue televisioni trasmettono 24/7 e che tanto piace al pubblico maschile.
Ciò che di potente e profondo c’è nel comportamento della scrutatrice di fronte al potente maschilista di turno è l’eroismo puro, è il coraggio radicale ma senza fronzoli, è la deflagrazione della dignità. Quella donna ha ribaltato tutti i canoni imposti dalla televisioni berlusconiane e dall’immaginario maschile in poche e semplici sequenze. Non c’era vendetta né nelle sue parole né nei suoi gesti, c’era Normalità. Parlare di vendetta rischia di snaturare la portata e l’intensità di quei gesti, di quel modo di fare e di essere: insieme a quella scrutatrice c’erano tutte le donne che ogni giorno combattono per ottenere un giudizio di merito e non di estetica, c’erano tutte quelle donne che dicono no allo schema imperante che le vuole sempre gentili, sempre ammiccanti, sempre disponibili, sempre compiacenti, sempre sexy soprattutto di fronte al potere.
Quella giovane donna è il simbolo di un cambiamento, di una lotta che le donne combattono ogni giorno per ottenere un’uguaglianza sostanziale, è il simbolo di un eroismo quotidiano spesso taciuto o sminuito, quella donna ha fatto risplendere un concetto di bellezza talmente incontenibile e sovversivo che tutti sono corsi ai ripari cercando di rinchiudere il tutto nei ranghi della vendetta.
No. Non c’era vendetta, c’era la dignità del genere umano, c’era il grido di battaglia delle donne, c’era il sovvertimento di un paradigma, c’era semplicemente tutte noi.
Non c’è nulla da scherzare su Pisapia
Prima di criticare Formigoni o Salvini quando parlano del programma del candidato a sindaco Giuliano Pisapia sarebbe opportuno che le persone si leggessero tutti i punti del programma. Infatti le iniziative proposte dall’avvocato milanese sono molto più pericolose di quanto gli stessi avversari vogliono fare intendere.
Ma analizziamo il programma punto per punto:
1- Milano orgogliosa dei suoi centri sociali, dello spaccio, dei suoi drogati. Una Milano che non ha paura quando vede un povero cristo che legittimamente vuole bucarsi. Una Milano più vicina a chi ama scaccolarsi il naso e lasciare i rifiuti organici in giro per la città. Una milano che non si tura più il naso davanti ai comunisti lerci e puzzoni.
2- Una Milano più vicina ai suoi anziani e ai trombati della politica come Bertinotti, che è un po’ tutte e due le cose.
3- Una Milano capitale del fancazzismo e del chissenefrega, perchè ancora una volta dobbiamo mostrare al mondo l’essenza dell’italianità.
4- Una Milano più bolscevica grazie alla costruzione di un grande mausoleo e centro di adorazione della salma di Stalin.
5- Una Milano più istruita dove giovani come Renzo Bossi possano finalmente sfoderare le loro doti e mettersi a servizio della comunità in cambio di un modesto compenso
Milano ha davanti grandi sfide
La prima è la costruzione del grande centro terroristico che permetta a chiunque voglia diventare un terrorista di riceve un’adeguata istruzione e formazione indipendentemente dalla provenienza e indipendentemente dal tipo di terrorismo. Milano non farà differenza fra terrorismo basco, irlandese o islamico. Sappiamo infatti che ormai chiunque voglia praticare in modo onesto la strada del terrorista deve nascondersi quasi fosse un criminale. Il Grande Centro Terroristico sarà dotato delle migliori strutture anti spionaggio ed anti intercettazione da far venire l’invidia ad ogni disegno di legge del nostro Presidente del Consiglio in materia di intercettazioni. E’ notorio che una volta essere un terrorista significava vivere ai margini della società, doversi arrabattare con quello che si aveva sotto mano, e non ci sarebbe bisogno di ricordare che il sottoscritto si è trovato costretto a dover rubare un’auto per compiere atti terroristici.
La seconda è una Milano più vicina agli emarginati estremisti come Daniela Santanchè che si è vista detronizzata dall’oggi al domani per colpa di quel chierichetto di Formigoni. Infatti come Sindaco mi impegno a tutelare tutti gli estremisti di destra e di sinistra ed anche quelli di centro visto che ci siamo.
Bisogna investire sulle capacità di autocostruzione degli omini del Lego e non rinchiuderli in un’angusta scatola di cartone per poi riporla nell’armadio.
Vogliamo costruire un enorme campo alieno, perchè gli extracomunitari non sono sufficienti.
Bisogna lasciare liberi i padroni dei cani di cagare dove ritengono opportuno e multare i cani che la fanno per strada.
In progetto non abbiamo, come dicono quelli del centro destra, le stanze del buco, ma i grandi Palazzi del Trip dove gente come Cicchitto e come Sallusti possono legalmente e senza doversi vergognare farsi tutti i viaggi che vogliono senza bisogno di fare uso di stupefacenti.
Abbiamo in mente una nuova economia basata sull’evasione fiscale, sull’ama dio e fotti il prossimo. Infatti quando mi sarò insediato come sindaco depenalizzerò il ladrocinio e ogni anno verrà premiato il miglior extracomunitario criminale.
Vogliamo rilanciare la ricerca scientifica attraverso un programma finalizzato a sostenere tutti i gruppi terroristici mondiali.
Vogliamo più scippi e più rapine soprattutto a danno degli anziani.
Vogliamo alzare le tasse al 170%
Milano non deve lasciare solo chi perde il lavoro, lo deve anche prendere a calci.
Vogliamo disarmare tutte le forze dell’ordine ed armare tutti i cittadini, soprattutto quelli dei centri sociali e i criminali extracomunitari
Vogliamo togliere il voto ai milanesi e darlo ai sardi, che mi stanno più simpatici.
Vogliamo licenziare tutti i dipendenti italiani e assumere solo stranieri, alieni compresi.
Vogliamo abolire l’uso dell’italiano e adottare l’arabo e il russo, in memoria del magnifico Stalin.
Vogliamo il ghetto per gli elettori del PDL e l’inno nazionale forzato per i leghisti.
E ricordate
Quando la sera tornate a casa date una sberla ai vostri bambini e dite loro < questa è la sberla di Piasapia > ( la frase è di proprietà di Franco Bollo)
Non riesco a vedere la differenza
Lubna Ahmad Al-Hussein, una giornalista sudanese, ha scritto un libro che tutti dovremmo leggere. E’ la storia di una legge assurda che prevede per le donne una pena di 40 frustate nel caso in cui il loro abbigliamento sia ritenuto indecente. Anche la scrittrice ha subìto un processo in nome dell’articolo 152 del codice penale per aver portato oltraggio alla morale pubblica indossando un paio di pantaloni. Eppure leggendo questo libro non ho potuto non pensare al mio paese: l’Italia. Qualcuno dirà: stai scherzando? Vuoi paragonare una punizione di 40 frustate e la legge islamica del Sudan con la legge italiana?
Effettivamente se ci si ferma ad un’analisi superficiale della cosa non si potrà che lodare l’Italia per le sue leggi, ma se si scava a fondo nel libro e lo si confronta con l’Italia molte differenze scompaiono. Una delle parole ricorrenti fra le righe di questo piccolo capolavoro è TRADIZIONE. Seguite da VERGOGNA, SILENZIO, DISONORE. Centiania, migliaia di donne vengono ogni giorno frustate in Sudan per aver offeso la morale pubblica, e alla pena seguono vergogna e silenzio. Le donne devono vergognarsi per aver disonorato la famiglia, se stesse; spesso dopo la condanna alle frustate vengono ripudiate dai mariti, allontanate da casa dai padri, costrette a convivere col marchio dell’infamia. E come dice la scrittrice dopo lo sconto della pena ( le frustate) < se ne vanno condannate a morte, alla morte sociale, marchiate da una vergogna che le accompagnerà fino alla fine dei loro giorni. Perchè la gente non vuole credere che una donna possa essere frustata a causa dei suoi vestiti >
Mi direte: e cosa c’entra tutto questo con l’Italia? Le donne possono vestirsi come vogliono. Ma per Lubna non è una questione di abbigliamento, è una questione di diritti, di dignità, di libertà; Lubna grida al mondo che il problema non è la pena in sè, ma il principio che soggiace alla pena e quel principio è: se è capitato la donna avrà fatto qualcosa per meritarselo.
Ancora oggi in Italia centinaia e migliaia di donne sono costrette a subire violenze fisiche e psicologiche da parte degli uomini che hanno accanto ( indipendentemente dal ruolo), sono costrette a vergognarsi, a nascondere, a mentire. Le poche che osano denunciare non vengono credute, viene loro chiesto cosa hanno fatto per scatenare una reazione simile, vengono invitate o intimate a rimanere lì dove sono per evitare tragedie familiari, vergogna pubblica. Le poche che osano alzare la voce vengono distrutte in tribunali da avvocati che sostengono che in realtà si sono inventate tutto e che sono delle isteriche che hanno voluto vedere in un < banale litigio> qualcosa che non esiste. Molte donne, troppe donne vengono accusate di denunciare i mariti/compagni solo per vedersi garantito il mantenimento o per vendetta.
Non sono forse state condannate dalla società prima ancora di potersi difendere?
Mi direte che sto esagerando? Forse siete voi che sottovalutate.
Nemmeno un anno fa a Castellammare di Stabia il sindaco emise un’ordinanza che vietava di portare vestiti a suo dire < indecenti> che offendessero il < comune senso del pudore > la cui non osservanza prevedeva una sanzione amministrativa .
Mi direte: ma non ci sono le frustate! Il problema sono forse le frustate? E’ questo quello che cambia la cosa? Quindi a parte le frustate è giusto imporre alle donne un certo abbigliamento in nome del decoro pubblico?
E cosa dire poi del parroco del paese che plaude all’iniziativa sostenendo che così le donne possono evitare gli stupri? Dove è la differenza fra l’Italia e il Sudan? Non è forse una certa visione dell’islam a sostenere che le donne devono comprirsi per suscitare rispetto e quindi veder garantito il proprio diritto al < non-stupro >?
Dov’è la differenza? Perchè se vi fermate alla frustate, allora il Sudan è dietro l’angolo.
E che dire di quella trasmissione pomeridiana nel corso della quale venne commentata questa foto?
I partecipanti sostennero che questo era un normale litigio che certe cose “possono capitare”, che evidentemente lui “aveva dei buoni motivi per reagire in questo modo” e spesero energie e parole per normalizzare un’immagine che dovrebbe solo essere condannata.
Ed ancora che dire di quei rappresentanti del clero che sostengono che se una donna viene stuprata probabilmente ha fatto di tutto per farsi stuprare? Quasi fosse normale che un uomo/maschio è incapace di essere civile e di dominarsi e che quando vede un po’ di carne leggermente più scoperta allora risulta impotente di fronte al richiamo sessuale e si avventa come un animale sopra la preda.
E che dire di quella ragazzina che per dimostrare che il padre la stuprava ha dovuto riprendere lo stupro con il telefonino?
E che dire di quelle centinaia di donne che ogni anno, ogni giorno in Italia vengono uccise da uomini per aver osato chiedere il divorzio, per aver osato dire no ad una relazione, per aver osato sottrarsi ad un rapporto sessuale non gradito? E che dire di quei giornalisti, di quelle trasmissioni che sembrano sodalizzare con chi commette determinati crimini? Che dire dei ritratti che vengono fatti di questi uomini? Vengono dipinti come vittime, come affetti da troppo amore. Vengono descritti come uomini ai quali non è stata data altra scelta se non quella dell’omicidio; vengono descritti come uomini divorati dal troppo dolore; vengono descritti come uomini presi da chissà quale raptus.
Vengono descritti come uomini vittime di una tragedia chiamata autodeterminazione, vittime del diritto di ogni persona di scegliere cosa è meglio per sè, vittime dell’arroganza di donne sempre arpie, sempre malvagie, sempre arriviste, sempre calcolatrici il cui unico scopo e dissanguare intellettualmente ed econimicamente questi poveri uomini.
E che dire di tutti quelli che si scagliano contro una legge dello Stato che prevede la libertà di scelta in fatto di aborto, e lo fanno in nome della legge di dio?
E che dire di quelli che vorrebbero vedere gli uomini poter vietare l’aborto alla donna perchè donatori di dna? Quelli vorrebbero poter imporre alle donne una gravidanza, vorrebbero dominare i loro corpi, usarli come incubatrici e magari sottrarre il frutto della gravidanza dopo il parto.
Se guardate bene fra le pagine del libro, se interiorizzate ogni singola parola e poi provate a guardare la nostra società scoprirete che forse sono le pene dello Stato ad essere differenti, ma le pene della TRADIZIONE, della cultura popolare ( e non) non sono molto differenti perchè sono accumunate dagli stessi principi.
So che molti penseranno che ciò che ho illustrato sono eccezioni, so che molti diranno che non tutti sono così in Italia, so che molti diranno che però la legge è diversa, so che molti diranno che la mia è una facile generalizzazione. Ma dopo aver letto il libro “Quaranta frustate” di Lubna Al-Hussein scoprirete che la distanza fra l’eccezione e la regola è molto breve e spesso la distanza si è annullata senza che nessuno se ne accorgesse.
Non chiediamoci perchè…l’Inghilterra
Dopo l’ennesima sceneggiata dei membri del Parlamento Italiano che ha visto lancio di giornali contro il Presidente della Camera dei Deputati, insulti ad una deputata disabile, urla, applausi, insulti, tesserini lanciati in aria, e quando di meglio può regalare la tradizione italiota ( la mangiata di mortadella docet) non dovrebbe sorprendere in alcun modo il giudizio fortemente negativo che segue gli italiani in tutta l’Europa e in generale il mondo.
E chi dentro le sacre aule della Repubblica si sente più germanico o nordico in realtà agli occhi di chi abita terre sassoni, o scandinave o germaniche risulterà sempre e comunque un’espressione di quella squisita vivacità maleducata e scomposta propria del Bel Paese.
Il senso della disciplina dei nostri rappresentanti politici rispecchia perfettamente il senso della disciplina e dell’ordine del suo popolo, allo stesso modo ed in modo del tutto inverso si può dire dei rappresentanti politici ed istituzionali degli altri paesi che formano l’Europa.
Facciamo alcuni esempi. Ecco l’ingresso di un nuovo membro alla Camera dei Lords. Sarebbero gli italiani capaci di tale compostezza, silenzio e formalità?
Ed ecco la Camera dei Comuni che approva l’aumento esponenziale delle tasse proposto da Governo Cameron, misura controversa ed oggettivamente pesante. Le reazioni della maggioranza e dell’opposizione risultano talmente distanti da quelle italiani da farci apparire con buona pace dei selvaggi agli occhi di chi ci guarda.
Ed ora il massimo del trambusto, in cui il capo dell’opposizione ( all’epoca Cameron) dialoga direttamente con il capo del Governo ( Brown) senza beccarsi del “comunista” o del “fascista”. Notare che il linguaggio utilizzato da Cameron è altamente sarcastico e le stesse parole avrebbero fatto scattare una rissa epocale se fossero state pronunciate in italia
Notare che i membri dell’House of Commons non hanno un microfono personale ma sono distribuiti in modo omogeneo nell’aula, immaginiamo cosa si sentirebbe se la stessa soluzione venisse adottata in Italia, e soprattutto notare la distanza fra maggioranza ed opposizione, immaginiamo quali danni fisici e materiali se la stessa distanza fosse imposta ai parlamentari italiani.
La “parentopoli” non sempre è un male
Ciò che sto per scrivere risulterà antipatico a molti, e forse risulterà scomodo, ma è anche vero che non sempre generalizzare porta buoni risultati. Ciò che sto per scrivere non vuole però costituire una giustificazione per coloro che in modo ignobile utilizzano una posizione di privilegio e di potere per fa sì che parenti ed amici possano accedere a posti ambiti per il semplice fatto di conoscere od essere legati alla persona “giusta”.
Uno degli scandali che ha fatto tanto parlare e ha costituito territorio di scontro nel dibattito politico e civile è quello della presenza massiccia di alcune famiglie all’interno degli ambiti accademici. Spesso questo fenomeno corrisponde ad un uso distorto ed immorale del potere all’interno delle Università da parte di chi è chiamato a scegliere ricercatori e dipendenti a qualsiasi livello.
Ma se è vero che ciò può essere ricondotto ad una fin troppo diffusa corruzione ed ad un atteggiamento “familista” e clientelare tanto caro all’Italia, di certo il rimedio non può essere l’errore diametralmente opposto. Sono state presentate proposte di legge tese a neutralizzare del tutto la presenza di consanguinei, parenti ed affini all’interno delle Università.
Ma non sempre la presenza di genitori e figli all’interno di uno stesso ambito, luogo di lavoro significa che qualcuno si è guadagnato il posto semplicemente perchè <figlio/a di > < parente di >.
Vorrei narrarvi alcune storie che dimostrano che in realtà è inevitabile che il semplice fatto di venire a contatto con un ambiente culturalmente più propizio, un ambiente in cui argomenti come la scienza, la legge, la medicina, la filosofia e qualsiasi altra materia sono all’ordine del giorno di fatto, incidono profondamente nel vissuto di tutti noi,e chi ha la fortuna di nascere in famiglie di “alto livello intellettuale”, scusatemi il termine ma era necessario, si ritroverà inevitabilmente più avvantaggiato rispetto a chi è nato in altri ambienti.
La prima storia è della Famiglia Curie.
Maria Skłodowska Curie ( figlia di un insegnante di matematica e fisica) è stata la prima donna della storia a vincere un premio Nobel, ed è stata la prima persona nella storia a vincere ben 2 premi Nobel: uno per la fisica ( insieme al marito per la scoperta dei fenomeni radioattivi) ed uno per la chimica ( per la scoperta del polonio e del radio).
Pochi anni dopo la figlia Irène Curie vincerà, sempre insieme al marito, il premio Nobel per la chimica per la scoperta della radio attività artificiale.
In poche parole quando andiamo a farci una radiografia dobbiamo ringraziare un’intera famiglia.
L’altra figlia dei coniugi Curie Eve Curie, scrittrice, fece carriera diventando coeditrice del Paris-Press e poi mise le sue forze al servizio della Nazioni Unite e le azioni umanitarie.
Ma non finisce qui. I fratelli Nikolaas e Jan Tinbergen vinsero rispettivamente il premio Nobel per l’economia e quello per la medicina.
I Kornberg padre e figlio, rispettivamente per la medicina ( per le scoperte sui meccanismi della sintesi biologica dell’acido deossiribonucleico, alias DNA) e la chimica ( per lo studio sulle basi molecolari della trascrizione dei geni negli eucarioti)
E ancora, Joseph John Thomson premio Nobel per la fisica ( 1906) per la scoperta sperimentale dell’elettrone e suo figlio George Paget Thomson premio Nobel per la fisica ( 1937) per esperimenti sulla diffrazione di elettroni da reticoli cristallini, dovuta al comportamento ondulatorio degli elettroni.
Niels Henrik David Bohr ( 1922) premio Nobel per la fisica per studi sulla compressione atomica e la meccanica quantistica e Aage Niels Bohr premio Nobel per la fisica ( 1975) per le scoperte in fisica nucleare.
William Henry Bragg e William Lawrence Bragg ( padre e figlio) vinsero insieme il premio Nobel per la fisica.
Se a tutti questi esempi aggiungiamo matrimoni fra persone che frequentavano lo stesso ambiente di lavoro o culturale, finiremo con lo scoprire che spesso e volentieri all’interno non solo dell università, ma di qualsiasi ambito scientifico-culturale sono presenti molti legami. E questo non dovrebbe sorprendere se si considere che in generale, e non solo per gli ambienti di ricerca ed università, il luogo di lavoro costituisce una delle “fonti” primarie per l’instaurazione di relazione anche a lungo termine ( come convivenze e matrimoni).
Se poi si considera che da queste unioni nascono dei figli o comunque sono presenti figli, è inevitabile che i discendenti avranno per il semplice fatto di essere nati un certo ambiente una ” marcia in più”.
Detto questo non si vogliono giustificare comportamenti indecorosi, irrispettosi ed immorali che purtroppo affliggono l’Italia, nè si vuole sostenere che sussista un “diritto di nascita” in certe categorie; semplicemente si vuole dire che scagliarsi con veemenza ed irrazionalmente contro la presenza di parenti nelle università indipendentemente dal motivo per cui sono presenti in un certo ambiente, è un rischio molto alto. Credo che la soluzione alla situazione italiana sia prima di ogni cosa potenziare l’istruzione pubblica, mettere tutti nelle stesse condizioni in base alle inclinazioni cercando di rimuovere tutti gli ostacoli di fatto ad un eguale accesso a determinati livelli di formazione; in secondo luogo far valere il metodo meritocratico, senza punire o privilegiare alcuno.
Come mamma ti ha fatto….
Quante volte abbiamo sentito pronunciare queste parole?
Come mamma ti ha fatto….la mamma, sempre la mamma. Ebbene sì: di mamma ce n’è una sola; mater semper certa est; la mamma è sempre la mamma.
Ma c’è anche: la mamma dei cretini è sempre incinta, sei un figlio di buona donna, figlio di bip, tua mamma è una xxxx.
Le mamme in Italia sono un’istituzione, come il Presidente della Repubblica, ma con più poteri. Purtroppo però le madri sono quelle alle quali viene data la responsabilità della procreazione. A sentir parlare le persone, sembra che in Italia ci siano tante madonne ed uno spirito poco santo e molto arrapato.
Leggevo poco tempo fa, ieri per l’esattezza, un commento su un politico e l’attuale situazione libica in riferimento ai gasdotti : <gli unici tubi che non sono stati chiusi sono stati quelli di tua madre >.
Famosa è la battuta di Benigni
< Se quella notte per divin consiglio, Donna Rosa concependo Silvio avesse dato ad un uomo di Milano, anziché la topa il proprio deretano, l’avrebbe preso in culo quella sera, sol donna Rosa e non l’Italia intera! >
Dunque in poche pochissime parole o è colpa nostra o è merito nostro. Mamma di qua, mamma di là.
E i papà? I papà dove stanno? Hanno preso le ferie? Si sono estinti? Le donne si autogenerano? C’è così tanta partenogenesi in giro?
Perchè fino a prova contraria siamo ancora legati ai gameti, agli spermatozoi e agli ovuli. Magari un giorno ci sarà il < chi fa da sè fa per tre > e non mi riferisco all’onanismo.
Dunque miei cari galletti senza pollaio…dove siete? Non sarebbe il caso di battere un colpo? Non so magari dire un presente? Perchè non condividere meriti e demeriti? Oltre alle lavatrici, il ferro da stiro, le notti insonni, i pannolini ed i fornelli.
Lo so che è facile fare la ruota quando abbiamo messo al mondo una bella discendenza, ma quando questa discendenza è intelligente come un lombrico, intelletivamente scattante come un bradipo, mentalmente attraente come uno scarafaggio, mi spiegate perchè deve ricadere sempre sulla mamma? Se c’è un cretino al mondo, od una cretina, ragazzi mica è solo colpa delle mamme. Non è che se diamo il xxx evitiamo il danno, magari l’imbecille è lo spermatozoo, quindi gli basterà trovare un ‘altra tuba di falloppio e via che di cretini ne nascono che è un piacere.
In più cari omettini piccini picciò, se continuate con questa storia delle mamme, anche se sono solo le vostre, le donne finiranno per credere di avere la proprietà esclusiva del prodotto della fecondazione. Che ne pensate di accollarvi vizi e virtù, grazie e disgrazie? Quanto meno condividerle….so che costa fatica, ma magari un giorno qualcuno dirà:
il papà è sempre il papà
Hina, Ruby e lo strano concetto dell’emancipazione delle donne
Due musulmane a confronto, due stili di emancipazione diversi.
Era l’agosto del 2006 quando l’Italia dovette fare i conti con la morte della giovane pachistana Hina Saleem, uccisa dal padre e dai parenti uomini per motivi che una volta sarebbero stati chiamati “d’onore”. La colpa?
Avere un fidanzato italiano e soprattutto la pretesa di autodeterminarsi. L’evento scatenò violente reazioni da parte dei politici subito pronti ad inneggiare alla guerra sociale contro i musulmani sostenendo che quella fosse una prassi tutta musulmana e che fosse una dimostrazione pratica della violenza patriarcale, ovviamente squisitamente musulmana.
I servizi su telegiornali e trasmissioni di approfondimento accompagnavano la storia di Hina con note strappalacrime e sviolinate retoriche: la povera Hina che vestiva “all’occidentale”, la povera Hina che voleva essere libera ect ect.
Pochi anni dopo passa in sordina la notizia che il bel fidanzato occidentale di Hina, Giuseppe Tempini, è stato arrestato per stalking perchè si era presentato davanti alla porta di casa della ex moglie urlano, isultando e battendo vionelti colpi sulla porta costringendola a barricarsi in casa, persino dopo l’arrivo dei carabinieri l’uomo ha continuato ad urlare e minacciare di morte l’ex moglie.
La fortuna di Tempini è stata quella di non essere musulmano, e dunque di essere perdonabile. Ironia della sorte volle che Hina fosse scappata da un casa di uomini violenti ad un’altra casa con un uomo altrettanto violento, ma questa volta tutto italiano.
Questa è la prima grande ipocrisia della politica e della società. E’ ormai opinione diffusa che l’Islam induca gli uomini ad essere violenti con le donne e che le donne islamiche siano delle vittime sottomesse ( opinione nemmeno così infondata ma neanche così generalizzabile ). La politica è sempre pronta ad additare lo straniero quale stupratore e uomo violento ma rimane sistematicamente e vergognosamente indifferente alla violenza maschile casalinga. L’anno scorso sono state più di 120 le donne uccise da uomini italiani, magari cattolici, per il solo fatto di volersi separare o di volersi autodeterminare ed essere libere; ogni giorno in Italia centinaia di donne vengono picchiate, isultate, maltrattate da uomini nel silenzio generale, eppure la violenza maschile fa rumore solo quando sono i musulmani a praticarla. Vedendo i dati sulla violenza di genere ci sarebbe da urlare all’emergenza sociale, ma questo tema in realtà non interessa nessun politico, perchè non riesce ad essere efficace spot elettorale come invece lo sono gli uomini musulmani violenti e spesso più semplicemente lo straniero.
Oggi siamo nel 2011 e le cronache giudiziare (e non) hanno come protagonista indiscussa un’altra musulmana: Ruby Rubacuori. Una musulmana che < veste all’occidentale>, una musulmana che si è fatta plasmare totalmente dalla nostra cultura e soprattutto dalla parte più nefanda della nostra cultura. Ma in questo caso sono pochi quelli che riescono a vedere nella storia di questa ragazza una forma sottile, potente e subdola di sottomissione.
Una ragazzina che fin dalla prima adolescenza è stata vittima di uomini approfittatori che, come le cronache messinesi e siciliane suggeriscono, l’hanno sottomessa, sfruttata ed umiliata. Una ragazzina abusata dall’effimera realtà televisiva che suggerisce facili guadagni e finta emancipazione ma che come pegno chiede la mortificazione del corpo attraverso l’esposizione e l’uso e il consumo indebito del corpo. Non devono ingannare i vestiti, non deve ingannare la finta spensieratezza, non deve ingannare lo stile, non devono ingannare le storie strappalacrime sul padre musulmano violento: se ci si fa ingannare dai modi televisivi e disinvolti di Ruby non ne potremo scorgere la solitudine, il limite, non potremo riconoscere il male che attanaglia questo paese, quella forma di sottomissione femminile che passa dall’essere oggetti sessuali, quella sottomissione che chiede alle donne di vestirsi, comportarsi e crescere come un qualcosa di subalterno agli uomini, come degli esseri che possono essere semplicemente valutati per ciò che appaiono, come decorazioni gradevoli nel godimento generale del maschile, come un paradigma inferiore cui non uniformare la società facendo dominare i canoni e le categorie dettate dagli uomini.
Non c’è nulla di libero e di emancipato in Ruby, come non c’è nulla di libero ed emancipato nelle ragazze coinvolte nello scandalo sessuale attorno al Presidente del Consiglio. Non c’è nemmeno libertà sessuale. Ci sarebbe persino da scoccare una lancia in favore del Presidente del Consiglio: non è di certo il primo ed unico uomo nel BelPaese a dedicarsi a simili pratiche, non sarà di certo con la scomparsa politica di Silvio Berlusconi che tutto si sistemerà; ciò non cancella la maggiore gravità dovuta al ruolo pubblico e di esempio del Presidente del Consiglio, ma non bisogna nemmeno dimenticare che lui è solo la punta vistosa dell’iceberg.
Hina e Ruby, due musulmane o forse semplicemente due ragazze, due giovani donne costrette da due forme di schiavitù, due donne alle quali è stata negata la libertà di scelta e di autodeterminazione rispettivamente dalla morte o dalla società.
Queste due ragazze, queste due storie dovrebbero insegnare alle cittadine ed ai cittadini di questo paese, indipendentemente dalla religione, dalla convizione politica e dalla condizione sociale, che la libertà, l’emancipazione delle donne e la libertà sessuale sono altro dal modello propinato nella nostra società. Queste due giovani dovrebbero insegnare che prima di additare i difetti altrui si dovrebbe cercare di combattere la schiavitù, le conttraddizioni e la violenza italiche.







